SEMPLICE, RIGOROSO, MAGNETICO. L’Autoritratto di Arrigo del Rigo al Museo Civico di Prato


Arrigo del Rigo, Autoritratto, 1927, olio su cartone, 33 x 24 cm. Prato, Museo Civico.

 

Non è la prima volta che rivolgiamo la nostra attenzione all’arte tra le due guerre, a concetti come “ritorno all’ordine”, riviste quali Valori Plastici (1919-1923) e movimenti (termine da usare sempre con le dovute cautele) come “realismo magico”, “Nuova oggettività” e “Novecento”. Tutto ciò ci riporta immediatamente alla mente grandi artisti del calibro di Antonio Donghi, Ubaldo Oppi, Piero Marussing, Achille Funi e Mario Sironi. Per la prima volta, però, vorremmo occuparci di Arrigo del Rigo (1908-1932), pittore poco conosciuto se non in Toscana, specie a Prato, dove nacque vicino a piazza del Mercatale, ma che nell’opera qui analizzata manifesta tutto il proprio valore. Autoritrattosi ancora diciannovenne su un materiale umilissimo come il cartone, con baschetto in tralice e camicia abbottonata al collo, Arrigo non si rivolge verso di noi ma a sinistra, lasciando parte del viso in ombra. Nonostante questo espediente, che impedisce qualsivoglia dialogo diretto con l’osservatore, forse prova del suo carattere chiuso, Arrigo sembrerebbe un giovane deciso, con uno sguardo magnetico accentuato dagli occhi chiari. Si potrebbe quasi azzardare un paragone con certi “ragazzotti” protagonisti del celebre C’era una volta in America di Sergio Leone.

Come accennato Arrigo del Rigo sin da ragazzo era molto introverso, aspetto caratteriale che si sarebbe amplificato a seguito dell’amara esperienza dell’arresto (per via delle sue idee anti-fasciste), vissuta assieme ad alcuni amici della “Scuola di Prato”: Leonetto Tintori, Oscar Gallo e Dino Fiorelli. Tragica conseguenza di questi avvenimenti che lo segnarono profondamente nell’anima, portandolo probabilmente alla depressione sarà il suicidio. Arrigo del Rigo, infatti, s’impiccò a soli ventiquattro anni nella propria abitazione, con accanto un’opera dal titolo emblematico, ossia Ritratto dell’impiccato di Goya, artista da lui amatissimo.

Tralasciando questi tristi dettagli della sua vita, della citata “Scuola di Prato” la figura cui Arrigo era maggiormente legato era quella di Gino Brogi, con il quale andava per le chiese e i musei di Firenze e Prato ad ammirare le opere di Giotto. E proprio a Giotto rimanda il rigore formale e geometrico del nostro dipinto di piccolo formato, riscontrabile nei capolavori del massimo maestro fiorentino del Trecento, tradotto secondo un’essenzialità assoluta che rende l’Autoritratto (1927, Prato, Museo Civico) un’opera pregevole nella sua semplicità. Maria Pia Mannini ha già colto con acume, poi, il legame tra il linguaggio di Arrigo e quello “scabro” di Ottone Rosai, l’anticipo sul “richiamo all’ordine” di Ardengo Soffici. Certo non possono sfuggire anche i punti di tangenza con la lezione impressionista, e in particolare con l’opera pittorica di Cézanne; con i valori del Novecento toscano e il recupero in chiave moderna delle conquiste della scultura rinascimentale attuato negli anni ‘20. Un recupero che parallelamente stava portando avanti proprio in campo scultorio, per esempio, il trevigiano Arturo Martini, a dimostrazione di quanto questa visione artistica andasse diffondendosi tra gli anni ’20 e ’30 in Italia, di là dalle effettive conoscenze reciproche.

Continuando con i confronti con altri artisti, al fine di arricchire la nostra comprensione dell’Autoritratto di Arrigo, vale la pena richiamare Donna al caffè (1931) di Antonio Donghi. Potendo porre le due opere, una accanto all’altra, si noterebbe come da un medesimo punto di partenza, appunto il recupero dell’arte dei grandi maestri rinascimentali, si potesse giungere a risultati ben diversi. Se il nostro Autoritratto si presenta in ugual misura essenziale, nel romano Antonio Donghi, però, la luce diventa più delicata e soffusa per via della predilezione per linee più morbide che accentua una sobria eleganza. Anche Piero Marussing, in un dipinto da noi analizzato in passato, Donne al caffè (1924), palesa uno stile che ricerca più che il rigore geometrico, la serenità dell’ambientazione, sicuramente lontano dall’effetto severo ottenuto dal pittore pratese. Al ritratto di Silvana Cenni eseguito da Felice Casorati nel 1922, invece, sembra effettivamente avvicinarsi quello di Arrigo nella rigorosità costruttiva della figura umana, Casorati, però, propone un’impostazione frontale che richiama non tanto Giotto ma, piuttosto, la Madonna della misericordia di Piero della Francesca.

Insomma Arrigo del Rigo, sin da queste prime prove giovanili, dimostra quanto avesse tutte le carte in regola per una carriera artistica promettente, fornendo prova di una conoscenza delle più aggiornate correnti pittoriche contemporanee e una solida cultura artistica, ben piantata sul glorioso passato della sua terra. Purtroppo questi germi non sbocceranno mai del tutto, stroncati precocemente sul nascere. Alla sua morte il padre decise di donare quasi tutte le opere di Arrigo al Comune di Prato.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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