SEVERINI. L’EMOZIONE E LA REGOLA

Gino-Severini, Danseuse articulée, 1915. Mamiano di Traversetolo, Fondazione Magnani Rocca

Gino-Severini, Danseuse articulée, 1915. Mamiano di Traversetolo, Fondazione Magnani Rocca.

 

Una grande mostra celebra Gino Severini a Mamiano di Traversetolo (Parma)

A Mamiano di Traversetolo (Parma), presso la Fondazione Magnani Rocca, è in corso (fino al 3 luglio) una grande retrospettiva che celebra Gino Severini (Cortona 1883 – Parigi 1966) a cinquant’anni dalla sua morte, intitolata significativamente “Severini. L’emozione e la regola”. Curata da Daniela Fonti e Stefano Fonti essa scandaglia con circa cento opere, di cui ben venticinque inedite in Italia, l’intera parabola del grande artista cortonese, a partire dai due dipinti della collezione Magnani Rocca: la Danseuse articulée (1915), uno dei suoi massimi capolavori futuristi; Natura morta con strumenti musicali (inizi degli anni ’40 del Novecento) di gusto matissiano.

Prima esperienza fondamentale per Gino Severini fu il trasferimento da Cortona a Roma nel 1899, dove conobbe Umberto Boccioni, di un anno più vecchio. Qui entrambi entrano nello studio del più anziano Giacomo Balla, il quale li introdusse al divisionismo senza però, come raccontato dal nostro artista, insegnarne loro alcune regole principali. A questo filone appartiene un pastello su carta del 1907, Femme cousant, dove in un interno silenzioso vediamo una donna cucire assorta accanto alla finestra, soggetto caro ai divisionisti e ai pittori italiani del secondo Ottocento. Nel 1906 poi, Severini si traferirà a Parigi, dove conobbe i più grandi artisti europei del tempo (basti citare Modigliani, Picasso, Braque e Gris) e si sentì come rinato “intellettualmente e spiritualmente”, tanto che vi organizzerà nel 1912 la prima mostra futurista invitando Boccioni e Carrà. Questo profondo legame con la capitale francese, che non significò un distacco dall’Italia, è forse la giusta chiave per comprendere il centro della poetica artistica di Severini. Egli fu, difatti, artista poliedrico, pronto ad accogliere sfide sempre nuove e diverse, eppure capace di rimanere se stesso, con una personalità ben definita e riconoscibile. Ciò si comprende meglio da quanto lui stesso scrive:

«Un quadro pieno di contenuti, anche belle storie, non mi interessa affatto. Mi preme solo ciò che riguarda l’aspetto formale, se no resto indifferente».

Questo passo riportato da Stefano Roffi (2016) in un suo recente articolo sulla mostra ci fa capire come l’aspetto formale sia sempre stato per lui assolutamente centrale: che si trattasse di rompere con la tradizione e aderire al futurismo e al cubismo o, al contrario, di “ritornare all’ordine” e recuperare quindi la grande eredità artistica del passato. In ogni sua opera noteremmo questa maniacale attenzione alla forma, alle pose, ai movimenti e all’effetto generale, più che al tema in sé. Come rilevato da Roffi tale caratteristica sembrerebbe entrare in contraddizione, in particolare, con la sua precoce adesione al futurismo, poiché fu uno dei firmatari del Manifesto scritto da Filippo Tommaso Marinetti nel 1909. In realtà in opere come la Danseuse articulée Severini non vedeva confusione, ma ricerca di ordine tramite regole matematiche capaci di ricomporre quelli che, a un primo sguardo, sembrano movimenti frammentati. Sta di fatto che questa sua specifica inclinazione, ha qualcosa di “tipicamente francese” se pensiamo ai grandi maestri del XVII e XVIII secolo, e spiegherebbe a nostro avviso perché Parigi sia diventata per lui il “secondo luogo di nascita”.

La mostra si presenta davvero ben curata e approfondisce con serietà tutti i temi affrontati da Severini, partendo dalla musica, presente già nella prima sala con le tavole incise della Fleurs et Masques. Strettamente legato alla musica è quello della danza. Anche in quest’ambito i curatori hanno voluto sottolineare la continuità e coerenza di Severini nei decenni, giacché oltre all’opera della collezione Magnani Rocca se ne potranno ammirare molte altre tra cui la più tarda Danseuse del 1957-1958, un’esplosione di colori e dinamicità in stile cubista. Bellissima è La lillette au lapin del 1922, prova preziosa di un avvenuto ritorno all’ordine, anche nella scelta di inserire il ritratto all’interno di un’ellisse con decorazioni floreali. Al periodo classicista appartiene un altro suo precedente capolavoro, esposto di recente a Milano in occasione di Expo 2015, ossia Maternité, dipinto dedicato per l’appunto al tema della maternità, vista nella sua più pura espressione. Datato al 1916, esso ritrae con commovente tenerezza e dolcezza la moglie Jeanne Fort mentre allatta il secondogenito Antonio. Il dipinto presenta volumi solidi di grande forza tattile, dalla rotondità del seno materno al volto paffutello del figlioletto. I colori sono ben studiati, tanto che l’ampia presenza del bianco non sembra casuale ma piuttosto richiamo alla “purezza”, uno dei valori tradizionali attribuiti alla Madonna, il che dà in un certo qual modo valore “sacrale” a un momento di umana e semplice quotidianità. Altro filone importantissimo è quello della maschera, che in Severini presenta una forte connotazione autobiografica e personale, oltre a presentare richiami alla sfera del fantastico, al binomio umano-astratto e alla fuga “intellettuale” dagli orrori delle guerre. Basti pensare a Il Pulcinella malinconico del 1932-1933, cui fa da contraltare Serenità di Pulcinella del 1937, prove di quanto la vita dell’intellettuale sia più che per altri fatta di alti e bassi, dove il rapporto con la tela ha talvolta valore terapeutico e consolatorio. In mostra non mancheranno, infine, numerosi esempi di nature morte, tra i quali basti qui citare Nature morte aux trois pigeons del 1929, che con quel suo cielo irreale sullo sfondo sembra stare in bilico tra metafisica e surrealismo.

Oltre ai temi dai noi obbligatoriamente affrontati rapidamente, si aggiungono quelli dei murali e delle opere sacre. Il primo ad esempio è testimoniato dall’enorme Zeus partorito dal sole (2,71 x 4,12 m), un cartoncino lavorato a tempera e collage che nel titolo ricorda una celebre opera di Fortunato Depero, e dalle decorazioni per il castello toscano di Montegufoni. Riguardo il secondo, invece, c’è da dire che Gino Severini forse fu l’unico vero artista della sua generazione ad affrontarlo con consapevolezza e convinzione. A seguito di una forte crisi religiosa, egli s’impegnò dal 1924 al 1934 nella decorazione di alcune chiese, in particolar modo svizzere come quelle di Semsales e La Roche. Il maestro cortonese seppe rinnovare le decorazioni sacre, fuoriuscendo dalla stanca ripetitività ottocentesca, incapace di superare i modelli passati, dandole così nuova linfa grazie alla propria straordinaria creatività.

Un dato interessante su cui vorremmo porre l’accento in chiusura, è la centralità del disegno per Severini. Questo strumento fondamentale divenuto “secondario” con l’arte moderna e contemporanea, è stato, invece, da lui utilizzato con continuità soprattutto per i ritratti, utili a lasciare memoria di sé, dei propri familiari e delle persone a lui più chiare. Sin da giovanissimo Severini coltivò quest’arte, tanto che quando conobbe Boccioni a Roma, si sentì fieramente più “avanti” dell’amico poiché rispetto a lui mostrava già una maggiore padronanza.

Grazie anche a questo specifico settore produttivo, cui appartiene ad esempio l’Autoritratto del 1925 (Collezione Gian Ferrari) oggi possiamo meglio apprezzare la sua evoluzione artistica, in cui la regola, la ricerca formale è la via per l’espressione emotiva e interiore. Il disegno come sappiamo in epoca rinascimentale era posto dai toscani sopra al colore in termini d’importanza, e questo ci fa dire che se Severini divenne parigino d’adozione, nell’anima rimase sempre genuinamente figlio della propria terra.

 

Gino Severini, La fillette au lapin, 1922, olio-su-tela.

Gino Severini, La fillette au lapin, 1922, olio-su-tela. Collezione privata.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  1. VV., Civico Museo d’Arte Contemporanea; Milano 1994, pp. 25, 60, 105-107, 342-343 e 372-377.

E. COEN, Futurismo; Art & Dossier n° 2, Firenze – Milano 2008.

M. DANTINI, Tra le due guerre; in G. FOSSI (a cura di), I grandi stili dell’arte, Firenze – Milano 2007.

D. FONTI, Severini; Firenze 1998.

D. FONTI & S. ROFFI (a cura di), Severini. L’emozione e la regola; catalogo della mostra (Mamiano di Traversetolo, Fondazione Magnani Rocca, 19 marzo – 3 luglio 2016), Milano 2016.

C. GIAN FERRARI & A. NEGRI (a cura di), Capolavori del Novecento italiano dalla collezione Gian Ferrari al FAI; catalogo della mostra (Varese, Villa e Collezione Panza, 12 ottobre 2006 – 18 febbraio 2007), Milano 2006, pp. 58-59 e 68-69.

S. ROFFI, La ballerina e il professore. Gino Severini a Mamiano di Traversetolo; in Art & Dossier n° 331, Firenze – Milano 2016, pp. 30-35.

C. SALARIS, Futurismo. L’avanguardia delle avanguardie; Firenze -Milano 2009.

C. SALARIS, Futurismo. La prima avanguardia; Art & Dossier n° 252, Firenze – Milano 2010.

 

RIFERIMENTI IN RETE

SEVERINIL’emozione e la regola

http://parma.repubblica.it/cronaca/2016/01/31/news/in_mostra_a_mamiano_l_intera_produzione_di_gino_severini-132430011/