NELLA SEMPLICITÀ LA VERA ESSENZA DELL’ARTE. I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia in mostra a Rovigo

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Maurice Denis, La bella al crepuscolo o Nudo di schiena, 1892 circa. Collezione privata.

 

«Voglio un arte semplice, molto semplice»

Con questa citazione da Paul Gauguin ha inizio una delle mostre probabilmente più belle in corso nella nostra penisola: I Nabis, Gaguin e la pittura italiana d’avanguardia (Rovigo, Palazzo Roverella, 17 settembre 2016 – 14 gennaio 2017). Curata da Giandomenico Romanelli con il supporto di André Cariou e Franca Lugato, si tratta di un’emozionante riscoperta di quella stagione artistica a cavallo tra la “rivoluzione” impressionista e le avanguardie del primo Novecento, che vide anche una felice sintonia d’intenti tra la Bretagna e la nostra laguna veneziana.

All’avvio vi sono quadri di Eugéne Lawrence Vail, Robert Brough, che adotta una tavolozza ampia e luminosa, oltre a Charles Cottet con il suo trittico Nei paesi del mare (1898), opera dominata, viceversa, dai toni cupi in cui è raffigurata la precarietà e la durezza della vita in Bretagna. Già, la Bretagna, regione settentrionale della Francia a vocazione marittima, dove nel piccolo approdo di Pont-Aven si costituì a fine Ottocento un gruppo di artisti all’inizio in gran parte americani e nordeuropei, poi sempre più di francesi, desiderosi di superare l’impressionismo alla ricerca di nuove strade. In tale processo Paul Gauguin fu il punto di riferimento fondamentale, per il suo modo di percepire l’arte non con la “scientificità” di Monet e compagni, né soffermandosi sulla semplice trasposizione di ciò che l’occhio vede, volendo piuttosto trasmettere i moti dell’animo, il mistero della vita. Egli, con il suo carattere difficile, le infinite vicissitudini affettive, la sua inquieta e costante ricerca di un paradiso terreste, forse mai trovato nemmeno nell’arcipelago delle Marchesi, dove terminerà la propria esistenza terrena (le donne di Gauguin non sorridono mai!) è una figura chiave per comprendere le correnti pittoriche del simbolismo e dell’espressionismo. Vacche all’abbeveratoio del 1885, esposto in mostra nella seconda sezione, è la dimostrazione perfetta: con quei colori vibranti, i contorni definiti anche dal nero che palesano già un primo distacco dalla stagione impressionista. Bretagna (1889), sempre di Gauguin, Donne bretoni sulla spiaggia e covone di alghe assieme a Tre teste di donne bretoni con cuffia vedovile, entrambe opere di Émile Bernard datate 1888, sancisce il definitivo passaggio a una pittura dove il colore puro, dato per ampie campiture, diventa il mezzo per raffigurare una realtà soggettiva e dai contorni magici. La Bretagna, diventerà il luogo, dove Bernard e Gauguin avranno intensi scambi d’idee, dando vita così a un prezioso sodalizio artistico, senza per questo creare una vera e propria scuola.

Se Onda grigia (1893-1894) di Georges Lacombe e Giovane donna bretone con brocca (1892) di Paul Sérusier hanno ancora un punto di contatto con impressionismo e post-impressionismo nel richiamo all’arte giapponese, diverso è il discorso per le opere esposte di Charles Filinger e Jan Verkade. Questi ultimi, infatti, fanno proprio il concetto di semplicità e di sintetismo di Gauguin, portandolo a un livello successivo, cosicché per esempio in Paesaggio di Le Pouldu (1892 circa) dell’alsaziano Filinger non deve stupire la piattezza con cui è trattato il soggetto, la visione della barca che più che navigare sembra fluttuare libera nel cielo. Tra i più pregevoli dipinti in esposizione svettano Ritratto di Amédée Calmel (1893) di George-Daniel de Monfreid, Donna bretone (1892) e Collina (1902) di Cuno Amiet per le indubbie qualità tecniche, la capacità di fermare il tempo nei volti degli effigiati, di rivestire una semplice collina di valore trascendentale.

I capolavori assoluti, però, a nostro avviso sono i quadri di Maurice Denis, una delle figure principali del gruppo Nabis (“profeti” in ebraico) legato a doppio filo sia a Gauguin sia a Cézanne, quello di cultura più dichiaratamente cattolica e simbolista. Nel gruppo, difatti, convivono anche: l’anima tormentata, disincantata e talvolta morbosa di Bonnard, la pittura “borghese” e d’interni di Vallotton (presente in mostra ad esempio con Ritratto di signora con scialle giallo del 1909) e quella in bilico tra astrazione, giapponismo e gusto popolare di Sérusier. Proprio Paul Sérusier fu uno dei principali teorici del gruppo assieme a Denis, nonché l’artefice del dipinto che accese la miccia di molte discussioni a suo tempo, ossia Il talismano (1888). Tornando a Maurice Denis, egli padroneggia l’arte pittorica in modo magistrale come dimostra Ritratto dell’artista e della moglie al crepuscolo (1897), in cui riesce con pochi tocchi a ricreare una brocca di vetro e delle succose ciliegie, senza comunque mai soffermarsi sul dettaglio minuto, sulla ricerca di realismo. Piuttosto, Denis vuole far uscire le emozioni delle figure effigiate e ciò che le lega tra loro, specie se si tratta della moglie Marthe; a infondere nel paesaggio un’aura religiosa e misteriosa, attraverso il linguaggio eterno dei simboli. In Nudo di schiena (o Bella al crepuscolo, 1892 circa) i colori poco naturalistici, quasi espressionistici vertenti su tonalità arancio e l’effetto bidimensionale della natura sullo sfondo sono stupefacenti. L’arte di Denis, ci azzardiamo infine a dire, anticipa almeno sul piano estetico i risultati raggiunti nei decenni successivi da Magritte.

Proseguendo s’incontrano alcuni importanti dipinti di Gino Rossi (1884-1947): la dolce e sentimentale Maternità (1913), il luminoso olio su cartone intitolato Barene a Burano e Il Muto (1910). Quest’ultima opera comunica tutta l’impossibilità e l’incapacità di esprimere il proprio disagio esistenziale e sembra, perciò, anticipare il triste destino di Rossi dovuto ai suoi problemi psichici (dal 1925 sarà ricoverato in diversi manicomi del Veneto). Favolosi e solari, invece, gli “idilli” di Umberto Moggioli (1886-1919), artista purtroppo morto giovane ma di indubbie doti tecniche. A Rovigo Moggioli è proposto come punto di unione tra Bretagna e laguna veneziana, perché i suoi soggetti richiamano quelli affrontati dai pittori di Pont-Aven. Nonostante la distanza geografica e climatica, questi due mondi sono vicini sul piano della cultura popolare, interpretata dall’artista di origini trentine con la medesima semplicità e capacità di sintesi, differenziandosi dai colleghi francesi nell’uso di una tavolozza più luminosa, accesa, palpitante.

 

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Umberto Moggioli, Burano, 1915 circa. Venezia, Collezione della Fondazione di Venezia.

 

Nell’ultima parte del percorso si possono apprezzare i dipinti di Oscar Ghiglia, dove il concetto di sintetismo è declinato secondo tinte forti, vivaci, accostate in modo netto tra loro al fine talvolta di accentuarne il valore ironico e caricaturare, come per la natura morta Il pollo (1910). A conclusione vorremmo citare il meraviglioso Bambina che gioca su un tappeto rosso (1912) di Felice Casorati. Distesa su un superbo tappeto, che sembra perdersi all’infinito per il punto di vista ribassato, una fanciulla di viola vestita accarezza il proprio cane circondata da bambole, diari e cofanetti, tutti oggetti significativi del suo mondo. Stona in tal senso, secondo il nostro modesto parere, la contiguità con alcune opere di Cagnaccio di San Pietro, poste a chiusura della mostra. Se da un lato Allo specchio (1927) e Primo danaro (1928) hanno il ruolo di mostrare la fine di un percorso estetico e intellettuale che aveva avuto nell’esperienza Nabis il proprio fulcro e d’introdurre alla successiva corrente della Nuova oggettività, dall’altro con la loro carica di denuncia e lo spudorato erotismo lasciano perplessi. Indubbie le qualità di Cagnaccio nel saper “sintetizzare” in pochi elementi, l’attacco contro l’ipocrisia di certi ambienti alto borghesi legati al fascismo e i cui blu e arancioni squillanti difficilmente trovano pari in quegli anni. Le sue opere, però, specie per la prossimità appunto a quella di Casorati, lasciano un certo stordimento, la sensazione che sia stato osato troppo uscendo dai binari sin lì ben delineati.

 

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Felice Casorati, Bambina che gioca su un tappeto rosso, 1912. Gand, Museum voor Schone Kunsten.

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

J.-B. BOUILLON (a cura di), Maurice Denis. Maestro del Simbolismo internazionale; catalogo della mostra (Rovereto, MART, 23 giugno – 23 settembre 2007), Ginevra-Milano 2007.

A. ACCATINO, Come un colpo di bisturi: il segno deciso di Cagnaccio di San Pietro; in Art & Dossier n° 321, rivista, Firenze-Milano 2015, pp. 26-27.

S. BARRON, Moderni e disincantati. La nuova oggettività a Venezia; in Art & Dossier n° 321, rivista, Firenze-Milano 2015, pp. 24-25.

A. M. DAMIGELLA, Gauguin; Art & Dossier n° 32, Firenze-Milano 1989.

L. LOMBARDI, Estetismo e simbolismo; in G. FOSSI (a cura di), I grandi stili dell’arte, Firenze-Milano 2007, pp 823-883.

A. NEGRI, Nuova oggettività; Art & Dossier n° 321, Firenze-Milano 2015.

S. SALVAGNINI, I Nabis; Art & Dossier n° 304, Firenze-Milano 2013.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.arte.it/foto/attraverso-oceani-e-lagune-affinit%C3%A0-d-avanguardia-753/4
http://www.palazzoroverella.com/mostra-i-nabis-gauguin-e-la-pittura-italiana-davanguardia/
http://www.espoarte.net/arte/il-casorati-internazionale-protagonista-ad-alba-alla-fondazione-ferrero/

JEAN-PAUL BOUILLON: Le Muse di Maurice Denis

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Maurice Denis, Le Muse, 1893. Parigi, Musée d’Orsay.

 

Da Maurice Denis. Maestro del Simbolismo internazionale; catalogo della mostra, Ginevra-Milano 2007.

«Nato sotto il segno del pittore di Lione [Puvis de Chavannes], di cui il primo articolo di Denis, pubblicato nel 1890, aveva celebrato il lavoro recentemente ultimato per l’emiciclo della Sorbonne (“E la profondità della nostra emozione proviene dall’autonoma capacità delle linee e dei colori a spiegarsi da soli, come unicamente belli, e di una bellezza divina”, Denis 1993, p. 16), il dipinto evita accuratamente l’allegoria suggerita dal titolo (e sempre presente in Puvis): le nove muse qui sono diventate dieci, con l’enigmatica figura dal braccio alzato sullo sfondo, immersa nella luce e posizionata sull’asse di simmetria, che reca anche la firma del pittore. Questa “eletta” è già in un mondo superiore, come la comunicanda chiamata dall’angelo che attraversa il declivio nella Processione sotto gli alberi dello stesso anno, ed è proprio la “decima musa”: Marthe, la musa che ispira Denis.»