UN PITTORE ECCENTRICO A GENOVA (PARTE II)

Alessandro Magnasco, La dissipazione e l’ignoranza distruggono le arti e le scienze, 1735-1740 circa. Collezione privata)

Alessandro Magnasco, La dissipazione e l’ignoranza distruggono le arti e le scienze, 1735-1740 circa. Collezione privata.

 

Alessandro Magnasco (1667-1749). Gli anni della maturità di un pittore anticonformista

I due ambiti di produzione preferiti dal Magnasco sono soprattutto quello della pittura di genere e la raffigurazione di paesaggi fantastici. Al primo gruppo appartengono tra gli altri La scuola di Birbi (ante 1708, Firenze, Uffizi) e le “scene fratesche” tra qui il celebre e non di rado in prestito (come per esempio all’Expo 2015 di Milano) Refettorio dei frati francescani osservanti (1740 circa) custodito nel Museo Civico di Bassano del Grappa. Anch’essa opera tarda del Magnasco, Il refettorio dei frati francescani osservanti si caratterizza per l’enorme sala decorata che sovrasta i fraticelli e prospetticamente, assieme alle panche ricoperte da lenzuola rosse e alle tavole ricche di ogni prelibatezza, termina su un paesaggio con cipressi. Di norma Magnasco ambienta questo tipo di soggetti all’interno di piccole stanze, con i frati affaccendati nelle varie mansioni quotidiane. Il dipinto bassanese è, quindi, per certi versi un caso a sé, poiché come rilevato nella scheda del Museo Civico, sembra riferirsi piuttosto a un grande evento (si osservi l’inusuale presenza delle due guardie), come può essere un Capitolo Generale dell’Ordine. Inoltre la scena si presenta in modo decisamente sfarzoso, quasi “sopra le righe” se si pensa ai suoi protagonisti, lasciando intravedere una sorta di rimprovero rivolto ai religiosi, affinché non si lasciassero conquistare dalla mondanità. È possibile affermare ciò in conformità a altri dipinti chiaramente moraleggianti come La dissipazione e l’ignoranza distruggono le arti e le scienze (1735-1740 circa, Collezione privata), scena d’interno che ha il sapore della condanna e del monito contro alcuni costumi sociali. Al secondo gruppo, invece, appartengono soggetti profani oppure che raffigurano non più gruppi di frati ma santi, eremiti e monaci posti in luoghi sperduti e inospitali come in alcune delle opere da noi citate in precedenza.

Ritornando ai dipinti presenti in mostra, dalle collezioni civiche genovesi arrivano alcune delle opere più importanti. Innanzitutto il famosissimo Trattenimento in un giardino d’Albaro (1735, Genova, Musei di Strada Nuova), stimato come suo capolavoro assoluto per il suggestivo paesaggio, ma soprattutto per l’originalità, la verve ironica e la vivacità con cui vi è raffigurata l’aristocrazia genovese, qualità che ricordano l’arte del maestro francese Jean-Antoine Watteau. In secondo luogo va ricordato Il pittor pitocco fra zingari e vagabondi (1740-1749) del Museo Giannettino Luxoro, iconografia che riprende Il pittor pittocco (Autoritratto) del 1730 circa (Collezione privata). Osservando le ultime due tele vengono in mente le parole di Enrico Maria Dal Pozzolo, il quale, descrivendo le figure umane presenti nelle opere di Francesco Guardi, parla di «macchiette di colore per lo più voltate di spalle: una folla apparentemente viva ma in effetti fantasmatica» (2010), caratteristiche da lui colte proprio in rapporto al Magnasco.

Il Lissandrino in definitiva è stato per molti versi un artista fuori dagli schemi e singolare. A nostro avviso ciò è dovuto al fatto che ha vissuto a tutti gli effetti “tra due secoli”, il Seicento e il Settecento, in continuità tra loro eppure diversissimi. Da un lato Alessandro Magnasco rimane chiaramente un figlio del XVII secolo e dell’arte barocca, da cui eredita un certo “horror vacui”, oltre l’attenzione verso i soggetti sacri. In alcune tonalità e scelte iconografiche potrebbe ricordare persino il napoletano Salvator Rosa, dal quale però si discosta certamente per una minor vena “filosofeggiante” e più realistica. Le sue opere, infatti, raffigurano soprattutto la realtà che vedeva, quella dei poveri o della ricca borghesia in ascesa, dei “pitocchi” e dei frati cappuccini, delle consuetudini come l’ora di catechismo e le abitudini devozionali o delle rivoluzioni sociali, culturali e alimentari tipiche del secolo dei Lumi.

Vogliamo ora terminare la nostra analisi con La cioccolata, (1740-1745, Collezione privata), opera esposta a Palazzo Bianco caratterizzata da pochi colori saturi, riaccesi da guizzi di bianco. Essa ci mostra una stanza colma di mobili intarsiati, dove sono in evidenza lo specchio su cui si staglia un riflesso di luce, la viola e l’altarolo relegato sullo sfondo. Una giovane suora e la propria educanda, intenta a dare un biscottino al cane, stanno prendendo una tazza di cioccolata fumante mentre le inservienti sistemano il velo della prima ed eseguono altre faccende domestiche. Non potrebbe esserci nulla di più strano e paradossale di una cella monastica trasformata in un boudoir per agiate signore aristocratiche, elemento che contrasta fortemente con altre immagini di poverissime monache dello stesso Magnasco. La cioccolata allora era uno di quei prodotti che giungevano in Europa grazie alle nuove rotte commerciali, un alimento di lusso ed esotico che solo pochi potevano permettersi (si pensi anche agli interni di Pietro Longhi) e che quindi non assoceremmo di norma a un ambiente religioso. Quello che colpisce nell’opera è poi il modo bizzarro di trattare i panneggi, svolazzanti e a tratti eccessivi, i volti affettati e inespressivi delle protagoniste. Ancora una volta si direbbe che Magnasco voglia comunicare un messaggio morale, un rimprovero verso lo sfarzo e il benessere, che non porta alla felicità, come dimostra il volto della fanciulla in primo piano: arrogante e stizzito ci appare quasi irritato dalla presenza del cagnolino. Non potrebbe esserci nulla di più lontano dai dipinti di Murillo dove invece, come osservato in un contributo del 2015, non di rado troviamo bambini poverissimi giocare divertiti e spensierati con i propri fedeli cagnolini.

 

Alessandro Magnasco, Cioccolata, 1740-1745. Collezione privata.

Alessandro Magnasco, La cioccolata, 1740-1745. Collezione privata.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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AA. VV., Grande pittura genovese dall’Ermitage. Da Luca Cambiaso a Magnasco; catalogo della mostra (Genova, Palazzo Ducale, 16 marzo – 30 giugno 2002), Milano 2002.

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R. SPINELLI (a cura di), Il Gran Principe Ferdinando de’ Medici (1663-1713); catalogo della mostra (Firenze, Uffizi, 26 giugno – 3 novembre 2013) Firenze – Milano 2013, pp. 66, 375 e 386-393.

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C. G. RATTI, Storie de’ pittori, scultori et architetti liguri e de’ forestieri che in Genova operarono secondo il manoscritto del 1762; ed. a cura di M. MIGLIORINI, Genova 1997, p. 10.

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RIFERIMENTI IN RETE

http://www.catalogo.beniculturali.it

http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it

http://www.arte.it/calendario-arte/genova/mostra-alessandro-magnasco-gli-anni-della-maturit%C3%A0-23835

http://magnasco.canesso.com/visite-virtuelle/

http://www.museibassano.it/Museo-Civico/Le-collezioni/Il-Seicento-ed-il-Settecento/Refettorio-dei-frati-osservanti

http://www.visitgenoa.it/evento/alessandro-magnasco-1667-1749-gli-anni-della-maturit%C3%A0-di-un-pittore-anticonformista